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Giovanni Paolo II rende onore al
Glorioso Corano, |
| invita tutte le religioni al dialogo per la
pace e |
| chiede ai cattolici di digiunare l'ultimo
venerdì del mese di Ramadan |
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| Appuntamento il 24 gennaio, quindici anni dopo il primo meeting |
| Oggi
le risposte delle confessioni al suo appello. |
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| in Edicola e Web, ("La
Stampa" del 19/11/2001, Sezione:
Interni, Pag. 6) |
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| Il Papa: tutte le
religioni ad Assisi per la pace CITTA´ DEL VATICANO «In questo momento storico l´umanità ha
bisogno di vedere gesti di pace e di ascoltare parole di
speranza». Giovanni Paolo II scandisce adagio le parole, come fa
sempre nei momenti solenni e carichi di significati. Convinto
che il dialogo interreligioso sia l´unico antidoto alla dottrina
venefica dello scontro tra civiltà, quindici anni dopo il primo
meeting, Giovanni Paolo II indica in un´«Assisi-bis» la strada
maestra verso la convivenza pacifica. Gli occhi del mondo,
ancora una volta, saranno puntati sulla città di San Francesco,
roccaforte della tolleranza e crocevia delle fedi. Ieri all´Angelus
il Papa ha invitato i leader di tutte le religioni del mondo a
partecipare ad una grande preghiera comune per la pace, il 24
gennaio ad Assisi. In piazza San Pietro, Karol Wojtyla ha
ricordato le «migliaia di vittime innocenti dei terribili
attentati dell´11 settembre», ma anche i profughi afghani, ossia
«le tante persone che ora sono costrette ad abbandonare le
proprie case per affrontare l´incerto e talvolta una morte
crudele: donne, anziani e bambini esposti al rischio di morire
di freddo e di fame». Angosciato per il quadro internazionale e
la guerra in corso, il Pontefice ha implorato a Dio il dono
della comprensione reciproca e della pace, soffermandosi sul
ruolo delle fedi nella costruzione di un mondo di concordia. «La
religione non deve mai diventare motivo di conflitto, di odio e
di violenza - afferma - chi veramente accoglie in sé la parola
di Dio esclude dal cuore ogni forma di astio e di inimicizia».
Come nel 1986, anche stavolta il Papa, annunciando l´iniziativa
del 24 gennaio 2002, indica l´obiettivo di «far salire all´Onnipotente
un´invocazione corale per ottenere la pace», ritenuto il
presupposto necessario per ogni serio impegno a servizio del
progresso dell´umanità. Dal nuovo incontro di Assisi, nelle
intenzioni del Pontefice, dovrebbe scaturire una riflessione
comune sul ruolo insostituibile che svolgono le differenti fedi
per la concordia tra i popoli. Ad angosciare Wojtyla, infatti,
sono i rischi di un possibile conflitto tra culture e civiltà.
Durante il suo messaggio, il Papa ha anche indetto per il 14
dicembre una giornata di digiuno per i cattolici, «durante la
quale pregare con fervore Dio perché conceda al mondo una pace
stabile, fondata sulla giustizia». Invitando le religioni del
mondo a pregare ad Assisi, il Papa spera di rinfocolare il
dialogo con protestanti, ortodossi, ebrei, buddisti ma
soprattutto con i musulmani. Più volte Giovanni Paolo II ha
ribadito recentemente che «la religione non deve mai essere
utilizzata come motivo di conflitto». La decisione di compiere
un gesto di straordinario rilievo lo ha fatto tornare con la
mente a 15 anni fa e all´intuizione profetica che mutò la storia
della Chiesa nel Novecento. Il 27 ottobre 1986, il papa polacco
indice la Giornata mondiale di preghiera per la pace,invitando i
rappresentanti delle religioni di tutto il mondo. Da allora si
parla di «spirito di Assisi» per descrivere la particolare
atmosfera che favorisce, anche per lo speciale rispetto da parte
di tutti i credenti per la figura del santo, il dialogo e il
confronto, superando differenze e diffidenze. Il dialogo
interreligioso, dunque, come contributo alla composizione dei
conflitti su base religiosa. Lo «spirito di Francesco» attrae
nuovamente Giovanni Paolo II, che ha ancora una volta scelto la
città del Poverello per chiamare a raccolta le religione in nome
della pace. Il messaggio francescano riveste un particolare
significato per Wojtyla che fin dall´inizio del suo pontificato
ha voluto testimoniare il proprio legame con il santo. Nel suo
primo viaggio pastorale, dopo la sua elezione, papa Wojtyla
visita Assisi il 5 novembre 1978, al ritorno da Loreto.
Nonostante alcune perplessità affiorate in Curia, la svolta nel
confronto fra le fedi è stata generalmente accolta con favore
nel mondo cattolico, in particolare dai francescani che
ospiteranno il meeting. «Nella vita ci sono segni di morte e di
rifiuto - osserva il custode della Basilica di Assisi, padre
Vincenzo Coli - con questa iniziativa il Pontefice sceglie un
gesto di collaborazione, di speranza, di vita. Il 24 gennaio
sarà una giornata storica e la scelta di Giovanni Paolo II ci
riempie di gioia perché ne esce confermato il valore della città
di San Francesco come centro di dialogo. Il respiro universale
del meeting è in linea con la tradizione francescana di totale
apertura a tutti quelli che sono disponibili». Ieri, al termine
della preghiera dell´Angelus, nella giornata dedicata ai
migranti, il Papa ha rivolto il suo saluto alle «numerose
comunità cristiane di varie etnie presenti a Roma e in Italia» e
ha rivolto un pensiero ai volontari che aiutano gli
extracomunitari in difficoltà, sollecitando tutti a porsi in
modo responsabile di fronte al crescente fenomeno della mobilità
umana. All´insegna della cultura della solidarietà che può
consentire all´umanità di diventare una «famiglia unita», Karol
Wojtyla ha ricordato pure la giornata nazionale di ricerca sul
cancro, incoraggiando quanti si dedicano alla ricerca nonché i
malati e le loro famiglie.
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| Le reazioni delle tre
confessioni: |
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I musulmani: un gesto
carico di significati
«Quello di Giovanni Paolo II
è un gesto encomiabile e carico di significati. I musulmani
d'Italia se ne compiacciono e ne ringraziano il Papa». Shaykh
Abdul Hadi Palazzi, leader dell'Associazione Musulmani Italiani,
è convinto che nei momenti tragici della storia umana il dialogo
fra le religioni abbia il compito di far prevalere «la
ragionevolezza, l'indulgenza verso il prossimo e l'afflato alla
riconciliazione con i nostri fratelli in Adamo». Spetta,
infatti, alle guide religiose ricordare agli uomini il «loro
essere creature del medesimo Signore, chiamate alla prosperità e
non alla devastazione del creato». Secondo Abdul Hadi, il nemico
comune dei credenti è chi abusa dei precetti della religione per
indurre le persone alla violenza. «A quindici anni dal primo
incontro di Assisi, al quale partecipò il Coordinamento del
Centro islamico culturale d'Italia - osserva - è opportuno
riflettere sugli errori, sui fraintendimenti e sugli scarsi
esiti che il dialogo interreligioso ha in seguito conosciuto».
La riuscita del nuovo meeting, per Hadi, richiede completa
disponibilità al confronto. «E' di enorme rilievo - spiega - il
fatto che all'invito ai musulmani a partecipare all'incontro, il
Papa abbia associato quello ad unirsi al digiuno dei musulmani
durante l'ultimo venerdì di Ramadan. Quando il Profeta Muhammad
incontrò gli ebrei di Medina, infatti, li trovò che digiunavano
per Yom Kippur. Conosciuta la ragione del loro digiuno, si unì a
loro nel digiunare, e esortò i musulmani a fare altrettanto.
Oggi è il Papa assieme ai cattolici ad unirsi ai musulmani in un
giorno di digiuno».
I buddhisti: riprende un
dialogo interrotto «Rilanciare il dialogo
interreligioso è un gesto coraggioso e opportuno. Ora tocca a
tutti noi farne scaturire risultati concreti e duraturi». E'
immediata e senza esitazioni l'adesione dell'Ubi al nuovo
meeting di Assisi. «A quindici anni dal primo, storico incontro
- afferma Maria Angela Falà, presidente dell'Unione Buddhista
Italiana - riveste un immenso significato il fatto che il 24
gennaio i leader delle fedi mondiali si trovino in preghiera, si
stringano la mano e ribadiscano davanti all'umanità intera come
sia possibile e necessaria la convivenza pacifica in ogni angolo
del pianeta». Pieno sostegno, dunque, all'iniziativa di Wojtyla
da parte del massimo organismo che riunisce e e coordina i
seguaci di Buddha. «E' indispensabile riportare la locomotiva
sui giusti binari - spiega la portavoce dei buddhisti italiani
-negli ultimi tempi si era un po' attenuata la spinta al
confronto fra le religioni. Darsi nuovamente appuntamento ad
Assisi equivale a riprendere con la stessa apertura un discorso
lasciato a metà. Si dice sempre che i grandi eventi non servano
a cambiare realmente le cose. Stavolta, però, credo proprio che
sarà utile fornire al mondo un'altissima testimonianza di
reciproca tolleranza. Poi bisognerà impegnarsi in profondità per
raccoglierne davvero i frutti tra la gente. Nonostante a più
riprese siano ovunque affiorati dubbi e incertezze l'esperienza
del confronto fra fedeli ci dimostra il carattere irreversibile
di una scelta di fondo: il dialogo come unica via verso la
pace. La proposta del Papa ci trova concordi»
Gli ebrei: dare prova di
tolleranza reciproca
«Non basta dire pace per
ottenerla, ma va comunque apprezzata e condivisa la spinta al
dialogo che promana dall'iniziativa del Papa». Alla comunità
ebraica Rímon di Torino è di casa l'attitudine all'incontro tra
chi proviene da fedi diverse. «Tutte le religioni - sostiene
Gabriele Levy, animatore del gruppo di intellettuali impegnati
nel confronto culturale con i non ebrei hanno delle indubbie
responsabilità storiche. E' da incentivare, perciò, tutto ciò
che va verso la pacifica convivenza e il libero scambio delle
idee. Affinché ciò avvenga è necessario che ogni religione
mostri il suo volto aperto, liberale, pluralista,
anti-integralista, multietnico e laico. E' positivo che il
dialogo tra le fedi si esprima ad Assisi nella preghiera comune,
da intendersi principalmente come prova di reciproca
tolleranza». La strada maestra verso la pace mondiale, dunque,
passa attraverso la ricerca di un'armonia globale. «E lecito
nutrire qualche perplessità sull'effettiva utilità della
proposta di Wojtyla - precisa Levy - l'esito sarà positivo
soltanto se verranno superate le incrostazioni di potere che
sussistono in ogni religione e rendono difficile ogni reale
apertura all'altro. II problema è oggi più che mai quello di
passare dalle mediazioni fra strutture al confronto concreto fra
la gente, ovvero dalle dichiarazioni programmatiche al
comportamento quotidiano. La riuscita del meeting del 24 gennaio
si misurerà sullo scostamento dalle originarie, rigide prese di
posizione. Per andare verso l'altro bisogna essere pronti a
mettersi in discussione, senza trincerarsi dietro antiche
distinzioni». |
Giacomo
Galeazzi
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Domenica 3 aprile 2005
I MUSULMANI E LA MORTE DEL PAPA
Non abbiamo dimenticato i suoi segni di fratellanza”.
Imam d’Italia e tv arabe gli rendono onore
Roma. Le principali emittenti televisive del mondo
musulmano, Al-Jazeera ed Al- Arabyia, hanno aperto i loro
notiziari con le condizioni di salute del pontefice Giovanni
Paolo II. La notizia dell’aggravarsi della sua malattia è
stata infatti riportata dai maggiori canali satellitari
arabi, facendo il giro di tutte le tv dei paesi di credo
islamico. Nourredine Fridhi, giornalista dell’emittente
mediorientale MBC, commenta al Foglio che i mass-media arabi
più importanti si sono mobilizzati per raccontare minuto per
minuto lo stato fisico del Santo Padre. “I titoli dei nostri
telegiornali si sono aperti con le corrispondenze degli
inviati, mandati appositamente al Vaticano” dice al Foglio
Fridhi “abbiamo inoltre trasmesso documentari sul ruolo
fondamentale del Papa nella caduta del comunismo e sugli
eventi degli ultimi decenni. Non possiamo nemmeno
dimenticare la sua sensibilità per la situazione in Medio
Oriente. Sarebbe impossibile ignorare tale personalità!”. In
Italia, la piccola moschea di via Meda a Milano ha voluto
indire un momento di preghiera, dopo quella rituale del
Venerdì, per unirsi al dolore dei fedeli cattolici. Secondo
Yahya Pallavicini, direttore della Comunità religiosa
islamica italiana, infatti necessario da parte della
comunità musulmana raccogliersi in riflessione, non solo per
discutere sull’importanza del pontificato di Giavanni Paolo
II, ma anche per riscoprire le influenze che ha apportato il
cristianesino sulle altre religioni. Abdel Hamid Shaari,
presidente dell’Istituto culturale islamico di Milano, dice
al Foglio che i fedeli della moschea di Meda si sono
raccolti, secondo la tradizione musulmana, in una sentita
invocazione a Dio, pregando per “la guarigione di un uomo
gravemente ammalato”.
Per Abdallah Kabkebji, imam della moschea di Milano di Via
Padova, la figura del Santo Padre è stata apprezzata più
volte per la sua apertura verso l’islam. “Si ricorda infatti
l’indizione di digiuno per la pace coinciso con l’ultimo
giorno del Ramadan nel 2001” dice Kabkebji: “Che abbiamo
interpretato come un segno di fratellanza verso la nostra
religione. Non dimentichiamo nemmeno l’importante
distinzione che fece il Papa tra terrorismo e Islam,
all’indomani degli attentati dell’11 settembre”.
Lo sceicco Abdul Hadi Palazzi, direttore dell’Istituto
islamico di Roma, dichiara che la comunità musulmana è
sicuramente vicina alla sofferenza del Pontefice, ma critica
tuttavia una visione “troppo catto-centrica” esistente in
Italia. “Non c’è da stupirsi se le emittenti arabe coprano
la notizia dell’aggravarsi della salute del Santo Padre”
commenta Palazzi al Foglio “E’ una personalità religiosa
riconosciuta mondialmente. E’ del tutto normale che i
giornali arabi parlino di lui, come farebbero altrettanto se
si trattasse della salute del Dalai Lama”. Nella grande
moschea dei Parioli di Roma, nessuna orazione è stata
pronunciata dall’imam per Giovanni Paolo II. Mario Scialoja,
vicepresidente della Lega musulmana mondiale, ha pertanto
affermato che la linea politica della moschea capitolina di
non commemorare nessuna personalità islamica o non, come di
fatto non avvenuto per la morte di Yasser Arafat.
Dimensione eccezionale di un servo di Dio”
In Francia, il paese europeo che conta una delle comunità
islamiche più numerose, M. Dalil Boubakeur, presidente del
Consiglio del culto musulmano, ha dichiarato la forte
contrizione degli arabi francesi davanti alla sofferenza di
una fine annunciata”, rendendo omaggio alla “dimensione
eccezionale di un servo di Dio” che ha esercitato una grande
influenza e ricevuto un grande affetto da parte dei
musulmani”.
Più critico sembra essere lo sceicco Palazzi, che vede, nei
salamelecchi nei confronti del Papa di alcuni centri
religiosi legati ai Fratelli musulmani, una ricerca di
legittimità, come parte di un progetto diretto a far
riconoscere i propri organismi locali, come unici
rappresentanti dell’Islam in Europa.
I canali arabi, nel frattempo, continuano a mandare in onda
i loro servizi da piazza San Pietro, tenendo aggiornati i
loro telespettatori su ogni minimo evento. “La condizione
del Papa è seguita passo dopo passo” dice al Foglio Yigal
Carmon, presidente del Middle East Media Reasearch Institute
i media arabi trattano l’argomento nella stessa maniera in
cui viene riportato dai notiziari occidentali, con la stessa
solennità ed importanza, ma senza prendere alcuna
posizione”. Il mondo arabo quindi non ignora e riconosce al
Papa un “ruolo” dice Scialoja “che è andato ben al di là dei
confini del mondo cristiano”.
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